Sardegna - La Miniera

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Sardegna - La Miniera

Messaggio da skywalker » 05/06/2018, 16:20

Storia Mineraria della Sardegna

PERIODO ANTICO – Dal Neolitico al XVI secolo.

Inizialmente non fu un metallo a richiamare l’attenzione verso le potenzialità minerarie della Sardegna, ma bensì un pietra, o per meglio dire un minerale: l’ossidiana. Infatti durante il neolitico sul Monte Arci, composto quasi esclusivamente da questa pietra ‘vetrosa’ tipica delle zone vulcaniche, i prima abitanti dell’isola trovarono la materia prima per poter produrre i loro arnesi.

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Lampade ad olio utilizzate in miniera - Arnesi rinvenuti in regione San Giorgio (Sulcis).

Solo con l’avvento della civiltà nuragica si ha un primo utilizzo dei metalli (rame e stagno) per costruire attrezzi e utensili in bronzo; ricordiamo tra i tanti i famosi bronzetti, piccole statue votive che ritraevano soprattutto immagini di guerrieri nuragici. L’arrivo dei Fenici portò allo sfruttamento anche del ferro e dell’argento, ma furono i Romani a dare un vero e proprio impulso all’attività mineraria, grazie soprattutto a nuove tecniche di sfruttamento come lo scavo di gallerie per raggiungere i filoni migliori e la costruzione di fonderie dei metalli. Con la decadenza di Roma seguì anche per la Sardegna un periodo di stasi dell’estrazione mineraria. Solo dopo l’anno mille, con l’avvento delle Repubbliche Marinare riprese l’interesse per le miniere sarde.

Infatti verso la fine dell’anno 1200 la zona mineraria più importante dell’isola (la provincia di Cagliari) era sotto il controllo Pisano che diede nuovo slancio allo sfruttamento delle miniere. Sicuramente fu questo uno dei periodi più floridi dell’attività estrattiva, basti pensare che nel Sulcis tutta la mano d’opera era impegnata nell’attività mineraria tanto da trascurare tutte le altre, pertanto la zona era completamente dipendente dall’esterno per quanto riguardava le esigenze alimentari. Con l’arrivo della dominazione Spagnola si ebbe un nuovo decadere dell’attività mineraria dovuto soprattutto alla scoperta dell’America che concentrò tutti gli interessi sul ‘Nuovo Mondo’; per gli spagnoli l'isola ricopriva una certa importanza solo per la produzione cerealicola.

PERIODO SABAUDO – Dal 1700 al 1850.

Con l’arrivo dei Piemontesi riprese nuovamente l’attività estrattiva, questa volta con una novità: erano gli stessi minatori che vendevano il minerale al concessionario della miniera; questo metodo (che prese il nome degli ideatori Nieddu e Durante) era per il minatore uno stimolo a produrre di più. Un’ulteriore sviluppo si ebbe quando le concessioni passarono al console svedese di Cagliari Carlo Gustavo Mandel il quale fece erigere una fonderia lungo il rio Leni a Villacidro.

La struttura, ben organizzata, poteva competere anche con le migliori fonderie tedesche ma in seguito alcuni problemi (soprattutto tecnici) fecero calare la produttività che comunque restava accettabile. Morto Mandel le miniere passarono sotto il diretto controllo dello Stato e la fonderia passò a Belly che però non riuscì a migliorare le condizioni già precarie della produttività, anzi la carenza di fondi portò a trascurare la manutenzione dell’impianto stesso. Da Mandel il controllo delle miniere venne affidato all’ingegner Mameli il quale operò prevalentemente a Monteponi cercando di migliorare sia le condizioni della miniera (come la costruzione di un piano inclinato) sia le condizioni di vita dei minatori (con la costruzioni di nuovi alloggi). Ma il nome di Mameli è legato soprattutto a delle novità, o per meglio dire dei chiarimenti, sulle proprietà dei terreni minerari; infatti venne definita dello Stato la proprietà del sottosuolo che veniva quindi distinta da quella del suolo che rimaneva dei privati. Queste nuove condizioni giuridiche, legate anche a una economia in crescita nel continente Europeo, portò in Sardegna nuovi capitali che diedero slancio all’attività estrattiva e quindi al grande sviluppo minerario a partire dalla seconda metà del 1800.

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Composizione di immagini di miniera.

IL GRANDE SVILUPPO – Dal 1850 al 1900.

Come abbiamo detto, la ripresa economica e industriale in Europa portò ad un incremento della richiesta delle materie prime e questo non fece altro che dar nuovo slancio allo sviluppo dei giacimenti sardi. Nel 1848 Re Carlo Alberto firmò l’atto di concessione della miniera di Montevecchio, la quale sotto la direzione di Giovanni Antonio Sanna ebbe una notevole ripresa della produzione; poi toccò all’ingegner Giulio Keller che assunse la direzione della miniera di Monteponi. Il nuovo sviluppo non interessò solo le miniere del Sulcis, ma coinvolse tutta la Sardegna (basti pensare che perfino a Cagliari fu costruita una fonderia) e con l’arrivo di capitali giunse anche manodopera specializzata continentale e quindi anche una nuova mentalità con cui i sardi ebbero modo di confrontarsi. I lavoratori continentali specializzati furono impegnati in mansioni di rilievo mentre i minatori sardi, provenienti dal mondo contadino, erano impegnati soprattutto in mansioni generiche e non di rado una volta finito il turno di lavoro ritornavano al lavoro dei campi.

Montevecchio è stata una delle più importanti miniere sarde

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Il piano inclinato e il pozzo San Giovanni a Montevecchio

La richiesta di materie prime era sempre in aumento, tanto che vennero sfruttate pure le discariche di minerali; infatti, tanto per fare un esempio, Arrigo Serpieri fece costruire una fonderia nei pressi di Domusnovas (con circa 300 operai) per sfruttare la ricchezza in galena dei materiali delle discariche vicine al paese. La produzione isolana di minerali era concentrata soprattutto su piombo e zinco (quest'ultimo pari a circa il 10% dell’intera produzione mondiale) e con la scoperta di nuovi giacimenti nacquero vari villaggi minerari, come nel caso della miniera di Malfidano che portò alla nascita di Buggerru che arrivò ad avere una popolazione di circa 6000 abitanti! Anche nel giacimento di carbone del Sulcis, se pur con alti e bassi, fu ripresa l’attività estrattiva.

Al grande sviluppo di fine secolo contribuirono soprattutto le innovazioni tecnologiche quali l’utilizzo dell’esplosivo, l’arrivo dell’energia elettrica, l'utilizzo delle laverie e nuovi sistemi di eduzione dell’acqua, quest’ultimo un problema che riguardava principalmente la miniera di Monteponi. Nonostante le difficoltà di mercato di fine ‘800, le miniere sarde continuarono a svilupparsi, grazie soprattutto all’affermarsi della grande industria nel continente legata in particolare alla produzione del ferro e dell’acciaio. Per l'economia della Sardegna, quindi, il ‘900 iniziava sotto i migliori auspici.

IL NUOVO SECOLO – Dal 1900 al 1968.

Come abbiamo detto l’arrivo di nuovi capitali contribuì non solo ad incrementare la produzione di minerale ma anche a migliorare la qualità della vita degli operai. Infatti oltre alla diffusione dell’energia elettrica, furono costruite scuole, ospedali ed abitazioni più confortevoli. Agli inizi di questo secolo Lord Thomas Alnutt Brassey rilevò quasi tutte le concessioni sarde dando vita a una nuova società, la Pertusola, con l’intento di incrementare ulteriormente la produzione grazie soprattutto all'utilizzo dell’energia elettrica nelle miniere. Nacquero così delle centrali elettriche tra le quali ricordiamo quella di Portovesme che utilizzava il carbone Sulcis. Inoltre si ebbero ulteriori innovazioni tecnologiche quali la flottazione (per arricchire i minerali) e l’elettrolisi (per recuperare lo zinco residuo). Tra le opere ingegneristiche più importanti realizzate in questo periodo, ricordiamo la galleria che collegava la miniera di Acquaresi con Porto Flavia.

L’incremento della produzione delle miniere del Sulcis andò a discapito degli operai costretti a turni massacranti e condizioni di vita precarie, anche se migliori rispetto a quelle dei contadini di allora; questa situazione sfociò in degli scioperi talvolta repressi con la forza, come nel caso di Buggerru nel 1904. La grave crisi del 1929 portò le società minerarie a riduzioni del personale, alcune invece alla riduzione delle ore di lavoro salvaguardando così i posti di lavoro, ma nonostante queste misure alcune miniere furono costrette ad interrompere la produzione (Malfidano, Arenas, Candiazzus e Nebida). Da segnalare il caso della società di Montevecchio costretta dal governo fascista a farsi carico di alcune società minori che inevitabilmente la portarono al fallimento e quindi all'acquisto da parte della società Montecatini.

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L'interno di un'officina di Monteponi.

Comunque, nonostante la crisi, il nuovo regime autartico continuò a sviluppare le infrastrutture e la produzione delle miniere, che sicuramente non sarebbero state concorrenziali in un regime di libero scambio. Fu così che tutte le miniere ripresero sviluppo, soprattutto Montevecchio e le miniere di carbone del Sulcis le quali portarono alla nascita di Carbonia (vedi pagina "Miniera di Serbariu - Citta' di Carbonia" e "Centro Italiano della Cultura del Carbone - CICC"). La città ‘operaia’ venne inaugurata da Mussolini nel 1938, voluta fortemente da lui stesso per dimostrare la grande capacità organizzativa e produttiva del fascismo. Anche dopo la seconda guerra mondiale, nonostante il mercato di libera concorrenza, le miniere continuarono la loro produzione grazie alla richiesta di materie prime necessarie per la ricostruzione del Paese. Ma nel 1956 un abbassamento del valore dei minerali portò inesorabilmente alla chiusura di alcune miniere minori, la stessa Pertusola dimostrò la volontà di abbandonare il settore. La chiusura delle miniere (tra cui l’Argentiera e Ingurtosu) continuò fino al 1968 quando l’intervento pubblico dello Stato portò ad una svolta.

GLI ULTIMI DECENNI – Dal 1968.

Gli anni ’60 furono caratterizzati dall’ingresso dei capitali pubblici nella gestione delle miniere. Infatti nel 1968 venne costituito l’Ente Minerario Sardo, il cui controllo era della Regione Sarda, che l’anno successivo rilevò le miniere appartenenti alla Pertusola. Ma nonostante la partecipazione pubblica, che portò ad una meccanizzazione profonda, non si riuscì a risollevare una situazione finanziariamente compromessa; anche le miniere di carbone, esaurito il periodo favorevole autarchico, entrarono in crisi.

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Vagoncini per il trasporto di minerale abbandonati nei pressi di San Benedetto

I motivi di questo continuo declino sono da ricercare negli alti costi di produzione (che non rendeva il minerale sardo competitivo sul mercato) e dal valore dei metalli che continuava a calare. Inoltre occorre ricordare che i filoni migliori erano ormai esauriti, il tenore del minerale estratto continuava a diminuire e la maggiore presenza degli ossidanti rispetto ai solfuri rendevano il minerale meno pregiato. Nei primi anni ’80 le miniere passarono all’ENI che nonostante ulteriori finanziamenti non riuscì a migliorare la situazione già disastrosa. In seguito la gestione delle poche miniere metallifere ancora aperte passò alla S.M.I. (controllata dalla Regione Sarda), la produzione continuò fino al 1995, anno in cui chiuse definitivamente anche l’ultima miniera e i pochi minatori rimasti furono impegnati nelle opere di messa in sicurezza dei cantieri minerari. Attualmente solo le miniere di carbone, Seruci e Nuraxi Figus, sono aperte (ma non in produzione); il loro destino è ancora incerto legato al progetto di ‘gassificazione’ e forse alla vendita della concessione ad una società statunitense.


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Sardegna - La Miniera

Messaggio da skywalker » 05/06/2018, 16:21

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La storia dell’estrazione dei metalli in Sardegna, e dunque del lavoro in miniera, rimonta a epoche molto lontane. I commercianti avevano l’abitudine di frequentare le coste dell’isola, attirati dalle ricchezze del sottosuolo sardo. La lunga storia mineraria della Sardegna ha inizio verosimilmente intorno al sesto millennio a.C. con l’attività di estrazione dell’ossidiana, alle pendici del Monte Arci, nella parte centro-occidentale dell’isola. Il Monte Arci fu uno dei più importanti centri mediterranei di estrazione e lavorazione di questa roccia vulcanica. In quest’area, infatti, sono stati individuati almeno settanta centri di lavorazione e circa 160 insediamenti stabili o temporanei dai quali l’ossidiana veniva poi esportata verso la Francia meridionale e l’Italia settentrionale.

La posizione geografica dell’isola, ma anche il suo patrimonio minerario, attrassero tra il X e l’VIII secolo a.C. i mercanti fenici, ai quali, attorno alla metà del VI secolo, subentrarono i cartaginesi. Fenici e cartaginesi sfruttarono intensamente le ricchezze minerarie, soprattutto nell’Iglesiente, dove sono state rinvenute tracce di escavazioni e scorie di fusione attribuibili a questo periodo.
Nel 238 a.C. inizia in Sardegna l’epoca della dominazione romana. Sotto i romani l’attività mineraria crebbe intensamente, soprattutto per quanto riguarda i ricchi giacimenti di piombo e d’argento. Fin dal 269 a.C. la repubblica romana aveva adottato l’argento come base monetaria, mentre il piombo veniva utilizzato nei più svariati campi della vita civile, dalle stoviglie alle condutture dell’acqua. La Sardegna, dopo la Spagna e la Gran Bretagna, costituiva la terza regione, tra i domini di Roma, per quantità di metalli prodotti. La produzione mineraria durante tutto il periodo della dominazione romana è stata valutata in circa seicentomila tonnellate di piombo e mille tonnellate d’argento. L’attività estrattiva dei romani non si limitò solo al bacino dell’Iglesiente. I sistemi di coltivazione delle miniere, in epoca romana, consistevano nello scavo di pozzi verticali profondi anche oltre cento metri; i lavori erano condotti, servendosi di soli utensili manuali e talvolta del fuoco per disgregare la roccia, da minatori liberi, detti “metallari”, e dal 190 a.C. circa da schiavi e prigionieri detti “damnati ad effondienda metalla”. In tarda epoca romana la produzione mineraria sarda diminuì considerevolmente.
In seguito alla caduta dell’impero romano d’occidente, l’isola cadde sotto il dominio bizantino, sotto il quale la produzione mineraria e l’attività metallurgica registrarono una certa rinascita. L’argento tornò ad essere uno dei principali prodotti d’esportazione della Sardegna. Dal 1087 vi fu il predominio di Pisa su tutta la Sardegna. Dal punto di vista della storia mineraria il periodo pisano è molto ben documentato. Fu determinante la nascita e lo sviluppo del centro abitato di Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias. I pisani ripresero i lavori abbandonati dai Romani aprendo numerose fosse e riportando alla luce gli antichi filoni. L’intensa attività estrattiva, cosi come la vita politica economica e sociale, venne disciplinata mediante una serie di leggi, raccolte in un codice suddiviso in quattro libri conosciuto con il nome di Breve di Villa di Chiesa.
Negli anni intorno al 1326 Pisa perse i suoi domini in Sardegna a favore della corona di Aragona. Sotto la dominazione aragonese prima e spagnola poi, l’attività mineraria conobbe una continua decadenza; la Sardegna che per secoli era stata tra le più importanti aree di produzione dell’argento finì per importare il prezioso metallo il quale ormai arrivava in ingenti quantità dai possessi spagnoli del nuovo mondo. Ciò nonostante, si può affermare che neppure in questo periodo le miniere sarde cessarono del tutto la loro attività, infatti esisteva pur sempre un piccolo mercato domestico, per lo meno per il piombo.
Nel 1720 l’isola passò a far parte dei possedimenti dei duchi di Savoia. Lo stato sabaudo dette nuovo impulso all’attività mineraria. Le nuove società, soprattutto quella di Mandel, introdussero diverse innovazioni tecnologiche, tra le quali l’impiego dell’esplosivo durante i lavori di estrazione.
Nel 1848 entrò pienamente in vigore in Sardegna una nuova legge mineraria, la quale prevedeva la separazione della proprietà del suolo da quella del sottosuolo. La nuova legge richiamò nell’isola numerosi imprenditori, in particolare liguri e piemontesi e nacquero le prime Società con lo scopo di sfruttare i promettenti giacimenti sardi. La maggior parte delle Società minerarie operanti in Sardegna aveva dunque capitale non sardo.
Dal 1865 in poi, al piombo e all’argento, che erano stati fino ad allora i minerali principalmente estratti nell’isola, si affiancò lo zinco. Infatti in quell’anno, nella miniera di Malfidano a Buggerru, furono rinvenute le “calamine” (silicati di zinco).
Intanto cresceva il malessere della Sardegna all’interno del nascente Stato italiano. Nell’aprile del 1868 il disagio sociale sfociò a Nuoro in gravi disordini. In seguito a questi fatti fu istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Il deputato Quintino Sella, ingegnere minerario, svolse una relazione sulle condizioni dell’industria mineraria in Sardegna, pubblicata nel 1871, che costituisce un documento di straordinaria importanza. Dalla sua relazione emergeva la crescente importanza dell’industria mineraria sarda nell’ambito dell’economia italiana. Nel 1868-69, nelle miniere sarde, erano impiegati 9.171 addetti, quasi il triplo rispetto a quelli del 1860. Nel 1870 i permessi di ricerca, che alla fine del 1861 erano 83, salirono a 420 e le concessioni da 16 a 32. Il minerale prodotto passò dalle 9380 tonnellate del 1860 alle 127.925 tonnellate del 1868-69, ed il suo valore quintuplicò in quegli stessi anni. Dato il basso livello di istruzione e di preparazione tecnica delle maestranze sarde, anche la maggior parte della manodopera qualificata impiegata nelle miniere proveniva dal continente.
La maggior parte delle volte la condotta delle società minerarie che operarono nell’isola fu improntata a criteri che possono essere tranquillamente definiti colonialistici; infatti, molto spesso esse si limitavano a sfruttare le parti più ricche dei filoni che coltivavano, trasferendo poi fuori dalla Sardegna il minerale estratto che veniva trattato in impianti posti sul continente. Gli ingenti proventi derivanti dallo sfruttamento delle miniere sarde non venivano poi reinvestiti in loco se non per agevolare l’attività dell’impresa. Il 4 settembre 1904, durante uno sciopero dei minatori di Buggerru, tre di loro furono uccisi dall’esercito. Ne seguì il primo sciopero generale mai riuscito in Italia. Durante il periodo fascista (1922-1943) cominciò lo sfruttamento dell’enorme giacimento carbonifero del Sulcis. La città mineraria di Carbonia venne creata e inaugurata nel 1938.
Nel 1949 lunghi scioperi nel settore metallifero portarono ad una terribile sconfitta dei minatori, che dovettero rinunciare ad essere rappresentati dai sindacati. Le società ne approfittarono, in particolar modo la francese Pertusola (gruppo Penarroya), che aveva il controllo delle miniere più importanti della Sardegna, tra cui quella di San Giovanni. I diritti di rappresentanza sindacale furono riconquistati solo nel 1960, dopo altri lunghi mesi di sciopero. Nel 1969 la Pertusola lasciò la Sardegna. Tutte le miniere finirono sotto il controllo di un’azienda pubblica, che tentò di rilanciare il settore. Ma la crisi irreversibile dell’industria mineraria in Europa era già cominciata.

Negli anni ’80 e ’90, le miniere sarde chiusero una dopo l’altra. La miniera di San Giovanni fu occupata dai minatori che richiedevano delle prospettive di lavoro. Ma la decisione di chiudere era già definitiva.
Attualmente, resta in attività solo la miniera di carbone di Nuraxi Figus, il cui futuro è legato ad un complesso piano energetico, che però sembra non voler mai decollare. La miniera d’oro a cielo aperto di Furtei, aperta 15 anni fa, è stata chiusa, dopo aver avvelenato il territorio col cianuro. A Silius c’è una miniera di fluorite, chiusa da 4 anni, che potrebbe avere un futuro, ma che non riesce ad essere redditizia. A Olmedo, nel nord dell’isola, c’è una piccola miniera di bauxite, in cui lavorano una quindicina di minatori.
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